Perché i leader si concentrano sui collaboratori difficili: la spiegazione che arriva da neuroscienze e psicologia

In molte aziende accade una dinamica ricorrente: il leader dedica tempo, energie e attenzione ai collaboratori difficili, mentre i professionisti affidabili ricevono meno spazio. È un comportamento che crea frustrazione nel team e un senso di inefficienza nel leader stesso. Eppure, ha una radice precisa: è un meccanismo umano che interferisce con una leadership efficace.

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Il cervello è programmato per vedere la minaccia e difendersi da essa.

Le neuroscienze mostrano che il sistema nervoso dà priorità a ciò che può generare rischio. 

È il negativity bias, un orientamento evolutivo che ha garantito la sopravvivenza della specie. Quando un collaboratore crea tensioni e stress, l’amigdala si attiva e manda il segnale di allerta. Il risultato è un’iper-focalizzazione automatica. Quanto più il Leader che vive la situazione diventa reattivo e fatica nella propria gestione  emotiva, tanto più la scarica ormonale dell’amigdala lo metterà in scacco!

 

Tre processi spiegano questo fenomeno:

  • Attivazione dell’amigdala: il collaboratore difficile viene percepito come potenziale destabilizzatore del clima o dei risultati. Non di meno attiva il tasto dolente personale del Leader. Ciascun Leader è un essere umano, come tale più stressabile su alcuni tasti, meno in altri.
  • Bias di problem-solving: la mente investe energia dove vede un problema, non dove tutto funziona.
  • Effetto Spotlight: il comportamento disfunzionale viene ingrandito, mentre i contributi positivi diventano meno visibili. Focus sulla priorità maggiormente Stressante.

Questi automatismi, che non dipendono dalla volontà del leader, sono risposte biologiche. 

 

Abbiamo ora due possibilità:

  1. Rimangono tali, non consapevolizzate e non gestite. Qui il Leader non esercita correttamente il suo ruolo, diventa REATTIVO.
  2. Si attiva la consapevolezza quindi poi la gestione emotiva. Qui il Leader esercita il suo ruolo appieno, produce azioni nella piena consapevolezza e gestione emotiva.

L’impatto sul team nel caso in cui si sia al punto 1) è il paradosso per cui si indebolisce la performance dell’intero team.

Quando il leader concentra il l’attenzione su chi crea problemi, accadono due effetti prevedibili:

  • il collaboratore difficile ha tutta l’attenzione su di se ma se non gestite saranno principalmente azioni dominate da frustrazione, rabbia e risentimento del Leader nei suoi confronti. Tutte queste energie non generano un reale cambiamento;
  • i collaboratori affidabili si sentono ignorati, perdono motivazione e riducono il livello di ingaggio. “Se non vengo visto, non mi sento valorizzato, allora faccio meno”

Il paradosso è evidente: nel tentativo di risolvere un problema individuale, si crea un problema collettivo.

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Come trasformare l’automatismo in una scelta consapevole

La leadership efficace nasce dalla capacità di riconoscere questi meccanismi e riorientare l’attenzione. Tre passaggi sono decisivi:

 

  • Riconoscere il bias senza giudicarsi se in balia di esso: sapere che il cervello bypassa la volonta se lasciamo crescere i livelli di stress.
  • Stabilire confini chiari con il collaboratore “difficile”: criteri di comportamento, aspettative esplicite e scadenze riducono l’ambiguità. Possibile solo in stato di controllo emotivo. Se ancora in modalità reattiva, meglio evitare il confronto per i motivi di cui sopra.
  • Ridistribuire l’attenzione: dedicare tempo strutturato ai collaboratori affidabili rafforza fiducia, cultura e performance. Feedback positivi aiutano a creare comportamenti ripetuti apprezzati, aiutano a sentirsi visti, valorizzati e parte di qualcosa di importante. “il mio contributo vale = io valgo e se ne accorge il Leader”

La leadership non è “riparare” chi resiste. È creare le condizioni perché il talento del team possa esprimersi.

Domanda importante: dove stai investendo la tua attenzione oggi?